
La Soglia Irrevocabile
Nell'autunno del 2019, in una libreria di via Larga che oggi è un'ottica, comprai per dodici euro un fascicolo scucito che il libraio aveva messo nella cassetta di fuori, fra le guide turistiche. Era una trascrizione: De numero epistolarum, Milano 1911, duecento copie stampate a spese del curatore, don Emilio Bardelli, parroco a Casorate.
Conviene dire subito che cosa fu Bardelli, perché tutto questo racconto dipende dal suo equivoco. Era un dilettante di ars dictaminis, la disciplina medievale che insegnava a comporre lettere secondo regole fisse, e passò trent'anni a raccogliere manuali lombardi di quel genere. Nel codice che trascrive, un quaderno del 1177 di mano unica, credette di avere trovato un contributo minore alla materia: un trattato tecnico sulle forme dell'epistola. La sua prefazione, quattordici pagine, discute il cursus e le clausole ritmiche e non nomina mai l'oggetto del libro. Bardelli stampò un'eresia sull'amore, convinto di stampare un manuale di stile, e la sua sola virtù, immensa, è di essere stato fedele: trascrive tutto, conserva la numerazione dell'originale, non corregge nulla. Interviene una volta sola in tutto il volume, e lo fa nel punto esatto in cui non doveva.
L'autore del codice è Marco Noseda, notaio a Milano. Il nome è quello che gli dà Bardelli; nelle carte è Marchisius de Noxeda, notarius mediolanensis.
Chierico non fu che negli ultimi anni, quando lo accolsero fra i canonici di Sant'Ambrogio. Il codice porta in fondo il suo signum tabellionis, il segno di mano che i notai tracciavano in luogo della firma, e quel segno è forse la cosa più commovente del manoscritto: un uomo che sigilla un trattato d'amore con lo strumento con cui autenticava le compravendite.
Nel 1162, quando la città fu disfatta, gli bruciarono l'archivio. Passò gli anni seguenti a rifare atti che nessuno gli chiedeva più. È da lì, credo, che gli viene l'ostinazione di cui il libro è insieme il frutto e la condanna: un uomo a cui hanno bruciato l'unica cosa che sapeva fare, e che si mette a inventariare l'unica che gli resta.
Noseda sosteneva che il numero delle lettere che due persone possono scriversi è finito.
L'argomento facile lo lascia ad altri, e gli ermetisti l'avevano già formulato meglio: l'alfabeto è limitato, la pagina è limitata, dunque le combinazioni di segni in una pagina sono in numero finito. Noseda giudica quel calcolo una volgarità aritmetica e lo liquida in tre righe. Ciò che gli interessa non è il numero delle lettere possibili, ma il numero delle lettere possibili fra due persone determinate, dato tutto quello che fra loro è già accaduto. Quel numero non è vasto. Non è nemmeno grande. «Non dico poche per modestia della lingua: dico poche perché le ho contate.»
Le contò. Sono trentadue, ordinate in quattro ottave, secondo un'architettura che a Bardelli parve mnemonica e che è invece una diagnosi.
La prima ottava raccoglie le lettere del tempo in cui si crede di essere all'inizio, e sono le più brevi e le più povere. La seconda lettera non chiede nulla, e Noseda la dichiara la più antica del mondo e la meno abitata. La quinta parla del tempo, delle strade, del raccolto: non parla d'altro e dice tutto. L'ottava lettera è la prima in cui compare una domanda a cui l'altro non può rispondere senza mentire, e con essa, scrive, si chiude l'innocenza e nessuno se ne accorge.
La seconda ottava è quella del rimprovero, e comprende i suoi travestimenti. La nona confessa il meccanismo. La dodicesima si scusa di averlo confessato. La quattordicesima rimprovera fingendo di non rimproverare, e Noseda la definisce la più frequente fra tutte le trentadue, «la moneta corrente di ogni carteggio guasto». La sedicesima concede ragione all'altro per togliergliela nella frase successiva.
La terza ottava è quella dei patti, e nessuno di essi è eseguibile. La diciassettesima propone di ricominciare da capo, cosa che il diritto consente ai contratti e non alle persone. La diciannovesima offre il proprio corpo come argomento. La ventesima è il silenzio, che molti non contano perché non ha inchiostro, e che Noseda numera perché ha destinatario, durata e intenzione, ossia tutti i requisiti dell'atto. La ventunesima finge di non essere una lettera: inventari, elenchi, notizie, qualunque cosa purché sembri accidentale. La ventitreesima è quella che si manda dopo molti giorni di silenzio, e va tenuta distinta dal silenzio, essendo altro atto e altra colpa.
La quarta ottava è quella della fine, che non finisce. La ventiseiesima chiede perdono di una colpa minore per non nominare quella maggiore. La ventottesima annuncia un termine e chiede, nella sua stessa sintassi, che non le si creda. La trentesima augura all'altra persona una felicità in cui chi scrive non compaia, ed è, dice Noseda, la più crudele delle trentadue, perché si traveste da benedizione. La trentunesima è scritta per non essere mandata, e va contata come le altre, perché la si scrive contro qualcuno.
La trentaduesima, che è anche la più strana, è la lettera che si limita a enumerare le trentuno precedenti. Noseda la dichiara l'ultima possibile e non spiega perché la stia scrivendo nel proprio trattato. Il lettore lo capisce da sé.
Da qui discende la dottrina propriamente eretica. Se le lettere sono trentadue e gli amanti credono di improvvisarle, allora gli amanti non inventano: recitano. Ogni coppia che litiga celebra una liturgia che non ha composto e di cui ignora l'autore.
Ritus quem nemo se meminit instituisse.
Nel capitolo settimo il libro concede la sua unica speranza, e la concede in una riga: chi arriverà a esaurire le trentadue sarà libero. Non perché lo abbiano assolto, ma perché non gli resterà nulla da dire.
Che qualcuno lo avesse tentato, Noseda lo sapeva per sentito dire. Un canonico vecchissimo gliene aveva parlato quando era ragazzo: a Como, una generazione prima, sei o sette fra uomini e donne si erano accordati per finire. Non erano amanti, o non lo erano più. Si scrivevano ogni giorno, a turno, come si sconta una pena, e tenevano un registro comune in cui annotavano ogni forma appena l'avevano usata. La regola era di non ripetersi; chi si ripeteva ricominciava da capo.
Quante fossero le forme, nessuno di loro lo sapeva. Sapevano soltanto che erano contate, il che è il principio di ogni fede e di ogni disperazione. Il canonico non ricordava che qualcuno fosse arrivato in fondo. Ricordava che erano morti tutti prima, e che negli ultimi anni si scrivevano in fretta.
Il capitolo nono spiega come Noseda giunse al numero, e lo spiega perché un notaio non registra se non ciò che ha veduto. Con Adelasia, figlia di Arderico da Nerviano, aveva avuto trentun mesi di una corrispondenza che nessuno dei due osò chiamare per nome. Aveva conservato tutto: le carte, le tavolette, la memoria delle ambasciate affidate ai servi, e i silenzi, che un notaio sa datare per differenza. Trecentoquattro. Una notte di marzo li ordinò come ordinava i testimoni di un atto, e i trecentoquattro erano nove.
Nove forme sole, sempre nella stessa successione, che il capitolo registra con i numeri e senza commento: quattordici, nove, ventitré, venti, ventitré, dodici, quattordici, sedici, due, ventuno, ventitré, quattordici, trenta, venti, ventitré, quattordici. E da capo. Sedici atti per giro, diciannove giri. Nessuno dei diciannove parve una ripetizione mentre accadeva.
Le altre ventitré Noseda non le ricavò dalla propria vita. Le dedusse, come si ricava da un contratto guasto la forma di tutti i contratti possibili, e questa è la parte del libro che i chierici dell'arcivescovo non gli perdonarono: aver dimostrato che esistono ventitré modi di rovinare una cosa, e di non avere avuto il tempo di percorrerne nemmeno uno.
Del resto della sua vita il codice dice poco e con freddezza. Il ventinove di maggio del 1176, le campane suonarono da mattutino e non per le ore, e Noseda uscì col carroccio come dovette uscire chiunque avesse braccia, e non morì. Sapeva, scrivendo l'anno dopo, che a Venezia si stava trattando una tregua e che l'imperatore avrebbe piegato il capo. Di quella giornata annota una cosa sola, e la vergogna di averla pensata non gli impedisce di scriverla: che si può disfare un impero e non si può togliere una forma dalle trentadue. Morì murato in una cella dei canonici, in una data che il manoscritto non registra.
Lessi il fascicolo in tre notti e lo dimenticai per quattro anni e cinque mesi, che è il modo più efficace di impararlo a memoria.
Ci tornai nel marzo del 2024, e non per curiosità bibliografica. Elena Melzi e io avevamo allora trentun mesi di una corrispondenza che nessuno dei due osava chiamare per nome. Conservo l'archivio: quattromilaseicentoventi messaggi, e i silenzi, che in un archivio digitale sono più facili da datare delle parole. Una notte di marzo, con la lucidità insensata che dà l'insonnia, li ordinai secondo le quattro ottave, per la stessa ragione per cui li aveva ordinati lui: perché non sapevo fare altro.
Non fu difficile. Fu umiliante.
I quattromilaseicentoventi erano undici. La seconda, quella che non chiede nulla. La nona, che confessa il meccanismo. La dodicesima, che si scusa di averlo confessato. Poi la quattordicesima, la sedicesima, la diciannovesima, la ventesima, la ventunesima, la ventitreesima, la ventottesima, la trentesima. Sempre nello stesso ordine, in giri di venti atti, duecentotrentuno volte.
Le sue nove stanno tutte dentro le mie undici. Io ci ho aggiunto la diciannovesima e la ventottesima, e non me ne vanto.
Delle trentadue forme che un uomo del dodicesimo secolo aveva contato per me, in trentun mesi ne avevamo toccate undici. Ventuno non le abbiamo mai raggiunte. Ho capito tardi che la povertà è questa, e non quella che temevo: non avevamo esaurito il rito, ci eravamo fermati a undici trentaduesimi e lo avevamo confuso con il tutto. Noseda promette la libertà a chi arriva alla trentaduesima. Nessuno ci arriva per amore: ci si aggira dentro una decina di forme per tutta la vita, e lo si chiama destino.
Trentun mesi i suoi, trentun mesi i miei: è l'unica cifra di tutta questa storia che non ho mai saputo dove mettere. C'è una differenza fra il suo caso e il mio, e quella l'ho calcolata, perché anch'io sono un uomo che ordina: trecentoquattro atti in diciannove giri di sedici, quattromilaseicentoventi messaggi in duecentotrentuno giri di venti. Dieci atti al mese contro centocinquanta. Ma fra la lunghezza del giro e il numero delle forme la proporzione è quasi la stessa. In ottocentocinquant'anni abbiamo imparato a recitare più in fretta, non altro.
Compresi che mi restava una sola via, e nel libro non figurava: non esaurire le trentadue, ma scrivere quella che manca. Vi lavorai nove mesi. Scrissi, calcolo, duecento lettere, e la regola era quella dei penitenti di Como, rovesciata: tenevo anch'io un registro delle quattro ottave, con undici forme già cancellate in partenza, e vi cercavo ciascuna lettera appena finita; ma dove loro annotavano per arrivare in fondo, io cancellavo sperando, per una volta, di non trovare niente da cancellare. La trovavo sempre. Quella che confessava il meccanismo era la nona. Quella che si scusava di averlo confessato era la dodicesima. Quella che non chiedeva nulla, scritta con una pulizia di cui arrivai a essere orgoglioso, era la seconda. Ho bruciato poche cose nella mia vita; bruciai quelle. Il registro no.
Verso l'estate la speranza si fece metodo, e lo confesso con la stessa vergogna con cui Noseda annotò il suo pensiero del ventinove di maggio: decisi di procedere per esclusione, come lui, e di compilare l'inventario intero per vedere che cosa restasse fuori. Avrei percorso deliberatamente tutte le trentadue, una per una; ciò che alla fine mi fosse rimasto in mano non avrebbe potuto essere che la lettera fuori dal numero. Scrissi la quinta, che parla del tempo e delle strade, su un ottobre che non avevo guardato. Scrissi la diciassettesima, proponendo di ricominciare da capo una cosa che non era mai cominciata, e la ventiseiesima, chiedendo perdono di colpe minori che dovetti inventare. Scrissi la trentunesima sapendo che era la trentunesima, il che non la cambiò di numero. Verso dicembre composi lettere deliberatamente assurde – i nomi dei venti, gli orari dei treni per Domodossola, l'inventario di una casa che non esiste – sperando che almeno l'assurdo restasse fuori dal conto, e le ritrovai tutte nella ventunesima, dove Noseda aveva previsto per iscritto anche la mia astuzia.
La sera del 2 gennaio 2025 aggiornai il registro e contai le cancellature. Erano trentuno. Undici le avevamo scritte insieme, Elena e io, senza saperlo; le altre venti – tutte quelle che con lei non avevamo mai raggiunto, meno una – le avevo scritte io solo, in nove mesi di lettere mai mandate. Che contassero anche senza essere spedite era Noseda stesso a garantirlo: la trentunesima è nel numero, e il silenzio pure. Estesi la garanzia a tutte le altre con una disinvoltura che il codice non autorizzava, e me la feci bastare. Mancava la trentaduesima, quella che si limita a enumerare le trentuno precedenti. Poi guardai che cosa tenevo in mano: un elenco delle trentuno, cancellate una a una, compilato con una pazienza non mia. Non mancava affatto. La stavo scrivendo da aprile.
Avevo esaurito le trentadue, e me n'ero accorto soltanto a cose fatte. Il capitolo settimo prometteva la libertà a chi fosse arrivato in fondo, e io non mi sentivo libero: sentivo il silenzio che fa un meccanismo quando si ferma. Tornai al fascicolo quella notte stessa, per rileggere la riga della promessa, sospettando che in quel libro anche le promesse avessero clausole, come i contratti.
Il capitolo settimo non contiene clausole. La notte dopo tornai a sfogliarlo per una ragione a cui, ancora oggi, non riesco a dare spiegazione. La clausola stava in fondo al codice, fuori dalle ottave, nell'ultimo scritto, che Bardelli riporta in corpo minore e che quella notte, il 3 gennaio 2025, lessi per la prima volta con attenzione. Ha per titolo De eo qui epistolam extra numerum quaerit. Di colui che cerca una lettera fuori dal numero. Chi la cerca, dice Noseda, da mesi non scrive più a nessuno: scrive al numero. La sua amata è stata sostituita da una difficoltà formale. E non potrà mandarla mai, perché il giorno in cui la mandasse, smetterebbe di cercarla.
Nessuno mi ha mai descritto meglio.
E aggiunge, senza enfasi, la frase per cui – più che per i ventitré modi dedotti – sospetto che l'abbiano murato:
La soglia irrevocabile non è un luogo al quale si arriva, è un luogo che si riconosce, e sta sempre alle spalle.
Poi guardai il numero della pagina.
L'ultima parte del codice conta trentatré pagine scritte: trentadue, una per forma, e quella dell'ultimo scritto. La cucitura è intatta, non è mai stata manomessa, nessun foglio è stato asportato: Bardelli lo verifica in prefazione con l'orgoglio del filologo dilettante. Le pagine sono numerate in cifre romane, e nel 1177 non le numerava nessuno: si segnavano i fascicoli, non le facciate. Lo fece un notaio, per la stessa ragione per cui numerava le imbreviature. Le pagine delle forme portano i numeri da uno a trentadue. La pagina dell'ultimo scritto porta il numero trentaquattro, nella stessa mano e con lo stesso inchiostro. Ed è qui che don Emilio Bardelli, che per quattordici pagine aveva discusso il cursus senza accorgersi di stampare un'eresia, interviene per la sola volta in tutto il volume: «Evidente svista dell'amanuense, che il lettore correggerà da sé.»
Non era una svista. Non manca nessuna pagina: manca un numero. Il trentatré esiste come cifra e non come superficie, e nessuno può scrivervi, perché nessuno può scrivere su ciò che non c'è. Ho passato quella notte davanti a quel vuoto, e verso l'alba ho capito che era la lettera che cercavo da nove mesi, e che l'aveva lasciata libera per me un notaio morto ottocento anni prima che io nascessi, il quale sapeva perfettamente di non poterla scrivere e la numerò comunque, che è la sola forma di carità di cui era capace.
Non restava che scriverla fuori dal codice, ossia a chiunque.
Non ho scritto a Elena Melzi, né quella notte né quelle che sono venute. Non c'è stato congedo, non c'è stata decisione, non c'è stato nulla che un notaio potesse registrare. Il capitolo settimo aveva promesso che a chi fosse arrivato in fondo non sarebbe rimasto nulla da dire, e la promessa fu mantenuta alla lettera, che è la maniera dei notai. Semplicemente il rito, una volta esaurito e riconosciuto, ha smesso di sostenersi da sé: una liturgia dura quanto le forme che le restano, e non ne restavano.
Sono arrivato a credere che Noseda si sia sbagliato su un punto solo, e che il suo errore sia la più pietosa delle sue eresie. Il suo censimento contava le lettere possibili fra due persone determinate; non prevedeva che una lettera potesse rinunciare al destinatario per uscire dal numero. Senza destinatario le manca il primo dei requisiti dell'atto e non è più una lettera. Dal numero si esce soltanto così, e si esce da soli. La trentaduesima non è l'ultima. Ce n'è una trentatreesima, che si scrive a estranei per non scriverla a lei, e la state leggendo.
Elena, se mai arriverà fin qui, riconoscerà il numero.